Nella prima immagine ci troviamo in una prestigiosa villa vicino ad Ancona.
Con uno stile completamente diverso e molto “italiano” si caratterizza l’intervento realizzato in una casa privata di una giovane coppia. L’ambiente è stato disegnato e progettato dall’architetto Alessandro Dotti.
Da sempre sentiamo l’esigenza di riunire sotto uno stesso tetto i nostri parenti defunti e questi luoghi diventano quindi l’incontro spirituale tra noi e chi se n’è andato.
Mariani Affreschi manda i pittori direttamente nei cimiteri e li fa lavorare in loco oppure fa realizzare gli affreschi in laboratorio e poi installare sul posto. Solitamente i soggetti utilizzati per questo tipo di interventi sono a tema religioso e, a seconda del culto, si possono raffigurare scene specifiche.
M.Z.
“Alma-Tadema – scrive ancora la Larcan – seduce l’osservatore ritraendo donne-ancelle su terrazze panoramiche, in atteggiamenti di romantico languore e ‘decadente’ indolenza, oltre che permeati da ricorrenti motivi floreali, sapendo orchestrare edulcorate scenografie di un erotismo ammiccante”.
La bellezza di queste opere realizzate con l’antica tecnica dell’affresco è accresciuta anche dalla capacità artistica della pittrice che la interpreta. “L’esecuzione ad affresco – continua a spiegare Alberto Mariani -, a differenza dell’olio, rende difficile ottenere un tale realismo anatomico sia a causa della materia ruvida, la base murale, sia per l’esiguo tempo di realizzazione. Nella creazione di queste opere è fondamentale la capacità dell’artista che con la sua maestria riesce a realizzare affreschi di grande valore espressivo”.

Lo scorcio di un paesaggio in un affresco firmato Mariani sotto il portico di una villa
Per capire come si può intervenire per decorare i nostri esterni ne abbiamo parlato con Alberto Mariani.

Alcune opere in stile medievale realizzate da Mariani Affreschi al Castello di Montalfeo di Pavia
2) Con il tempo gli agenti esterni possono rovinare il disegno?
“Conoscendoci durante le fiere – spiega Alberto titolare insieme ai due fratelli Alessandro e Laura di Mariani Affreschi – ci siamo resi conto che il gusto dei nostri articoli si poteva incontrare perfettamente. I mobili fatti a mano di Arte Arredo sono richiesti in prestigiose ville storiche dove si sposano soffitti e pareti affrescate”.
ArteArredo, in particolare, da oltre vent’anni produce collezioni di arredamento create ad hoc da maestri mobilieri che utilizzano ancora le antiche tecniche di lavoro manuali e tradizionali italiane. La giovane ed esperta interior designer Béatrice Schleret è la creatrice delle collezioni dell’azienda di Varese. Con la sua esperienza internazionale la designer crea linee di mobili e di complementi dalla forme classiche e reinterpretate in chiave moderna che oggi arredano le suite di prestigiosi alberghi e i saloni dei palazzi delle famiglie reali nei Paesi Arabi.
Un incontro speciale, quindi, che celebra l’inconfondibile stile italiano. L’unico che ci sa dare grandi emozioni.
M.Z.
Maggio è un mese speciale che, insieme al suo “vicino” giugno porta una ventata di freschezza e giovinezza nella nostra quotidianità.
I soggetti che più piacciono ai bambini sono spesso quelli che raffigurano angeli e fiori. Un’idea carina per una bomboniera può proprio essere, per esempio, quella di un affresco con tema gli amorini, quei simpatici angioletti che si rifanno alla figura infantile di Eros, il dio dell’amore.
Per rendere unico ogni regalo nel laboratorio Mariani c’è la possibilità di personalizzare l’affresco scrivendo il nome del bimbo o della bimba che riceveranno il dono.

Gli angioletti in un delizioso affresco firmato Mariani: un soggetto molto amato dal mercato giapponese
La donna abbandonata in un bacio al suo uomo che con estrema dolcezza le tiene il viso nelle mani è una scena d’amore che tutti abbiamo vissuto almeno una volta. Questa familiarità ci porta dentro il quadro e lo rende universale. Il carattere unico di questo dipinto, oltre a farci emozionare ogni volta, fa sì che si possa collocare in qualsiasi ambiente, dalla camera da letto al salotto, in una casa classica o moderna.
Come hai affrontato la composizione di questo dipinto?
In che casa si può collocare questo affresco?

Le meraviglie del soffitto affrescato: nell'immagine uno scatto dell'allestimento Mariani al Salone del Mobile 2010
“Gli stranieri – ci spiega Alberto – amano sia soggetti classici che gli articoli di design come la Marilyn o la Audrey, i bianco e nero con gli swarovski. Gli italiani hanno apprezzato le nostre novità della collezione Liberty e della linea Tiffany. Piace molto anche l’affresco classico reinterpretato con colori freschi e finitura in foglia oro”.
Come rifinitura dell’affresco si parla di tempera a secco oppure l’uso della calce quindi il mezzo fresco; anche le velature messe alla fine della giornata di lavoro possono contenere leganti organici. Questa tecnica composita (calce e tempera organica) venne usata sulle “pontate” dove la pura carbonatazione era solo di base al lavoro. Con la tecnica delle giornate la tempera ausiliare venne messa da parte ma non abbandonata del tutto. La tempera ausiliare venne usata da Giotto, Simone Martini, Ambrogio Lorenzetti, ecc.
Non è facile identificare a prima vista l’affresco puro e quello con interventi a secco tanto più se il tempo ha consumato e livellato la superficie cromatica, ma cercando con attenzione la densità delle stesure e il loro comportamento nel tempo possiamo comprendere molte cose. Un esempio è l’affresco di Giotto nella cappella Bardi: chiesa di S. Croce a Firenze, dove la veste di S. Chiara è stata modellata con tempera ausiliare sopra un abbozzo ad affresco.
La spiegazione può essere data dal fatto che l’ampia stesura dell’intonaco che comprendeva tutta l’immagine doveva richiedere una lavorazione superiore al tempo a disposizione dell’affresco per questo si ricorse ad un ausilio per continuare il lavoro nei giorni successivi.
Nella Cappella degli Scrovegni a Padova particolare della “missione di Gabriele” Giotto utilizza la tempera ausiliare. Per l’infiltrazione dell’acqua e gli inquinamenti relativi a ciò notiamo la perdita totale delle tempere a secco, la perdita parziale delle vesti dipinte con tempera ausiliare, mentre il buon fresco su teste e mani e gli abbozzi risultano discretamente conservati.
Giotto realizza i suoi affreschi su una piena conoscenza della materia “calce” e della sua carbonatazione; la principale resistenza è data con il buono fresco poi la tempera ausiliare affine ottenuta con l’aggiunta del latte o di caseina. Ad intonaco asciutto sul secco si completava con i colori che non resistevano all’alcalinità della calce come: azzurrite, verde rame, minio, lacca, leganti con uovo o con colla di pelle.
Alla fine il dipinto si impreziosiva con metalli in foglia: stagno, stagno dorato, oro, resine e olio. Tutte queste tecniche non resistono in egual modo: per primo lo stucco lucido e l’affresco, meno resistente la tempera ausiliare; per quanto riguarda le tempere ad uovo e colle sono molto vulnerabili nelle zone umide e molto deboli anche nelle parti asciutte. L’oro risulta ben conservato, mentre lo stagno dorato è scurito senza perdere la presa.
Con che filosofia sono stati fatti questi affreschi?
Che tipo di tecnica e che colori ha usato per realizzarli?
Magari qualcuno si potrà chiedere com’è possibile poi recapitare al committente il quadro in questione. Ce lo spiega sempre Alberto Mariani.

Un affresco Mariani che raffigura un'opera del pittore e scultore ceco Alfons Maria Mucha (Ivančice, 24 luglio 1860 – Praga, 14 luglio 1939)
Mariani Affreschi vi aspetta per conoscere le sue nuove collezioni al padiglione 4, stand F05/G06.
Spesso si pensa all’affresco come un semplice quadro, ma in realtà le applicazioni di questa tecnica pittorica sono davvero molteplici.
Basta guardare lo splendido ascensore realizzato in un’antica cascina nella provincia bresciana. Si tratta di un esempio interessante della versatilità dell’affresco, utilizzabile anche come rivestimento decorativo di qualsiasi elemento, dai soffitti agli interni di una doccia. Per approfondire questa particolare applicazione ho fatto due chiacchiere con Alberto Mariani, titolare insieme a Laura e Alessandro di Mariani Affreschi.
Quali difficoltà si incontrano quando si fa un affresco in un ascensore?
La cosa più complessa è individuare un tema (e dei colori) che si adatti a uno spazio angusto e che soprattutto ne valorizzino l’atmosfera. La scelta di un tema decorativo è stata fatta proprio con l’intento di donare all’ambiente una cornice leggera.
L’esigua distanza tra l’osservatore e l’affresco impone scelte artistiche molto ponderate.
Quali scelte sono state fatte per questo affresco?
Abbiamo utilizzato uno sfondo chiaro, proprio per alleggerire il contesto. Il decoro policromatico, ricco di dettagli, ha dato il tocco di classe al rivestimento della cabina. L’osservatore è catturato dai mille preziosi dettagli, ma non si sente “schiacciato” dall’opera, anzi, viene catturato dalla bellezza e dall’armonia, sentendosi a suo agio anche in un metro quadro di spazio.
E dal punto di vista tecnico?
Ci vuole una particolare attenzione soprattutto durante la fase progettuale. È fondamentale fare un rilievo preciso delle parti componibili e realizzare vari affreschi, da incollare poi sulle lastre della cabina facendo ben combaciare gli spazi in “luce”. Direi che questo passaggio non richiede l’opera di un’artista, ma di un bravo tecnico scrupoloso e preciso nelle misure e nel rispetto del contesto.
Quindi un affresco è molto più di un quadro?
Le applicazioni dell’affresco sono numerosissime nel campo del “rivestimento”.
Contrariamente a quanto si pensa, l’affresco è molto resistente e la manutenzione di un ascensore affrescato è semplicissima: basta pulirlo con acqua e straccio come qualsiasi altro materiale.
Cosa rende resistente l’affresco?
L’affresco Mariani è sempre uno strappo d’affresco autentico, ciò significa che i colori si sono “calcificati” (tecnicamente “carbonati”) nell’intonaco e quindi non sono più solubili. Né acqua, né umidità possono rovinarli. L’effetto della luce e di altri agenti è ridottissima in confronto a qualsiasi altra tecnica pittorica.
Tappeti pregiati rivestono il pavimento, i divani rivestiti con tessuti eleganti incorniciano il salotto, complementi d’arredo particolari danno quel tocco in più e arricchiscono l’ambiente rendendolo unico ed esclusivo.

Mobili antichi, tappeti pregiati, complementi d'arredo particolari. Sul soffitto la decorazione firmata Mariani si ispira a uno stile decorativo neoclassico di grande eleganza
M.Z.
Sicuramente hanno le loro preferenze. Diciamo che gli affreschi più in voga sono quelli in stile Liberty e “Tiffany”: i ritratti delle dive del cinema e dello spettacolo, da Audrey Hepburn a Marylin Monroe, i pezzi che rievocano l’immaginario dei miti degli anni Cinquanta e Sessanta, ma anche opere più complesse, come i soggetti di Klimt o i disegni di Leonardo. Per approfondire l’argomento ho fatto due chiacchiere con Alberto Mariani, titolare insieme a Laura ed Alessandro di Mariani affreschi.
Si può anche osare quindi?
A cosa ti ispiri quando realizzi un affresco a tema floreale?
Dove possiamo mettere un affresco floreale?
Un ricamo non è altro che un decoro e oggi tratteremo, appunto, della magia dei soffitti decorati a foglia oro. Stiamo parlando di artigianato puro.
Mariani Affreschi da anni si dedica a questi soggetti molto amati e con l’esperienza dei suoi artisti ha creato una collezione ad hoc dedicata a questo tema intramontabile. Prendendo spunto e ispirandosi alle affascinanti ville venete, ai giardini e alle ambientazioni un maestro d’arte di Mariani ha elaborato una vasta collezione di affreschi inserendo colorazioni che richiamano il bianco della pietra, il rosato dei marmi, il verde dei parchi e delle colline.
Anche se la tradizione dei pittori dal Seicento all’Ottocento si è orientata sulla pittura a olio per questo tipo di soggetti, le emozioni che ci dà un paesaggio realizzato ad affresco sono inimitabili: la leggerezza dei colori data dalla pennellata rapida, il soggetto non eccessivamente definito, l’atmosfera tra sogno e realtà. Sono tutti aspetti tecnici che rendono l’opera più fruibile e ci danno la sensazione di vivere il quadro, proprio come se stessimo passeggiando tra quelle colline e sentissimo il calore del sole e il profumo del vento.
Ma chi era George Barbier? Francese, Barbier nacque a Nantes nel 1882. Si occupò fin dall’inizio della sua carriera di costumi per l’allestimento di balletti e rappresentazioni teatrali, divenendo famoso per la sua attività di illustratore di moda. Per venti anni guidò l’Ecole des Beaux Arts. Barbier fu anche designer di gioielli e realizzò creazioni in vetro e carte da parati. Scrisse a lungo per la prestigiosa Gazette du Bon Ton. Negli anni Venti lavorò come costumista per Les Follies Bergere.
I colori chiari, il bianco, lo champagne: nuance delicate e leggere, sempre raffinate e mai scontate. Con estrema delicatezza l’oggetto classico si abbina all’hi-tech, perché non si può dimenticare il presente in cui viviamo. Il tema del fiore torna nei nostri affreschi, insieme al liberty, alle tinte delicate, al bianco, all’oro, agli elementi decorativi. Ecco che allora un’opera classica come la “Primavera del Botticelli” viene reinterpretata in chiave moderna e si arricchisce di fiori di cristalli, pietre lavorate, swarosky, un luccichio di arte, bellezza e speranza ”. C’è voglia di ottimismo, insomma, di guardare al futuro considerando l’eredità preziosa del passato. Un desiderio che si traduce nella produzione artistica del nostro paese rinomata in tutto il mondo per l’abilità e maestria dei nostri artigiani.

Lo stand di Mariani Affreschi presso il Grande Magazzino Mitsukoshi (Nihombashi, Tokyo) durante la Settimana Culturale Italiana

Gli interni dello Shopping Mall "Porta" a Yokohama: gli affreschi firmati Mariani decorano tutti i soffitti
Dopo aver eseguito lo spolvero, stando attenti a non sporcare la giornata precedente, si disegnano i contorni con una tinta scura ma non troppo carica (es. terra d’ombra naturale) si cominciano a stendere i toni di base e le campiture, in questo momento il muro assorbe perfettamente ogni pennellata, permettendo così di definire i particolari e le sfumature.
Finito questo “momento magico” in parte prolungabile spruzzando di frequente acqua sull’intonaco, senza però renderlo mal fradicio, conviene passare rapidamente alle velature; è bene non esagerare altrimenti si finirebbe con l’appesantire troppo il dipinto.
Al termine della giornata il muro comincia a respingere il colore, le pennellate diventano irregolari e cominciano a colare: è il momento di smettere.
Anche durante le giornate successive sarà bene bagnare l’intonaco già ultimato affinché la calce non aggredisca eccessivamente i colori asciugando troppo rapidamente, o se l’ambiente è troppo asciutto, non si screpoli.
Quando si pensa ai dipinti eseguiti ad affresco, spesso si nota una gamma cromatica limitata rispetto ad altri tipi di pittura, ad esempio l’olio o la tempera o le vernici acriliche.
La tavolozza del “frescante” è costituita da colori con requisiti particolari proprio per il tipo di legante impiegato, la calce, che per la sua forte alcalinità è molto selettiva.
I pigmenti per l’affresco devono essere chimicamente stabili, privi di componenti acide. Organiche o inorganiche che tenderebbero a reagire con la calce alterando o decomponendo la tinta.

Un artista della Mariani Affreschi durante un'intervento ad affresco presso il Castello di Montalfeo di Pavia
Il pigmento ideale, in polvere fine ma non microscopica, è una terra naturale del gruppo degli ossidi o degli idrossidi, dei metalli di transizione come nel ferro, l’alluminio o il manganese, ecc.
A questa categoria appartengono le numerose ocre, gialle o rosse, stabili e resistenti alla luce.
Alle terre naturale appartengono anche alcuni composti chimicamente diversi, prevalentemente silicatici o misti ad ossidi e idrossidi.
I pigmenti di questo tipo sono le terre d’ombra e le terre verdi, sufficientemente stabili, anche se tendono a schiarire durante la carbonatazione.
Tra gli altri tipi di pigmento utilizzabili in affresco vanno ricordati i colori di origine minerale quali il lapislazzulo, la malachite, il blu cobalto.
Tra i colori di origine organica compatibili i più affidabili sono il nero di vite e la terra di Kassel.
Esistono poi alcuni colori di sintesi utilizzabili in affresco con la dovuta cautela, ad esempio i gialli e i rossi di Cadmio.
Il bianco S.Giovanni è un grassello purissimo, invecchiato almeno cinque anni, essiccato e macinato finemente; è un bianco stabilissimo conferisce resistenza a tutti i pigmenti con cui è mescolato.
Vanno evitati tutti i colori contenenti metalli pesanti, acidi, solfuri, sostanze organiche naturali o di sintesi.
Al momento di preparare le tinte bisogna tenere presente che asciugando si attenueranno in modo non sempre uguale fra pigmento e pigmento, in virtù delle caratteristiche del colore usato, della quantità, della densità della tinta preparata.
Sull’affresco il colore deve asciugare lentamente, per questo è utile bagnare il muro anche nei giorni successivi alla lavorazione.
Dopo pochi giorni si riescono ad apprezzare i maggiori cambiamenti anche se la maturazione dell’affresco si compie nel giro di 50/60 anni.
Le malte sono costituite da un legante e da un inerte o agglomerato impastato con l’acqua.



Nel caso dell’affresco si usano malte aeree, che fanno presa a contatto con l’acqua, mentre le malte più tipicamente idrauliche, che si consolidano anche sott’acqua, sono meno adatte o del tutto incompatibili con questa tecnica pittorica, come del resto tutte le malte cementizie.

Gli agglomerati o inerti nella malta hanno funzione di matrice di sostegno; possono essere costituiti da sabbia, polvere di marmo, cocciopesto, pozzolana, ecc..
La sabbia per la preparazione delle malte può essere fine o grossolana a seconda dei casi:
La sabbia deve essere di fiume, priva cioè di cloruri di sodio e di potassio presenti nelle sabbie marine.
Gli strati di intonaco per una parete destinata all’affresco sono normalmente tre:
Il rinzaffo si applica sul muro grezzo accuratamente inumidito, è composto da sabbia grossolana e grassello nelle proporzioni di 2 parti e 1 rispettivamente, oppure da tre parti di sabbia e un di grassello quando quest’ultimo sia di ottima qualità.
L’applicazione viene gettando con forza la malta contro il muro tramite la cazzuola.
La superficie che si ottiene deve essere uniforme ma scabra, sì da fornire un solido attacco all’arriccio.
Lo spessore ottimale è compreso tra 1 e 2 cm.
L’asciugatura deve essere lenta e omogenea, per evitare crepe e sollevamenti.
Quando la superficie è pronta, si stende l’arriccio o arricciato, composto da sabbia media e grassello di calce in rapporto 3:1 o 2:1 se la sabbia è più grossolana o la calce è più magra; lo spessore si aggira attorno al centimetro.
Successivamente si batte lo spolvero e si dipinge la sinopia che servirà da schema per la realizzazione delle giornate.
Quando l’arriccio è sufficientemente consolidato si passa all’esecuzione delle giornate, si procede dall’alto in basso, per evitare di sporcare le giornate precedenti.
La scelta della superficie da lavorare giorno per giorno va fatta in anticipo in base alla collocazione, alla complessità e alla propria velocità di esecuzione.
Nell’applicare l’intonachino è bene stenderlo più abbondante rispetto al margine della giornata prescelta.
L’intonachino è composto di sabbia fine e grassello nelle proporzioni 2:1 o 3:1 o anche 1:1 secondo lo stesso criterio usato per l’arriccio; in questo caso però la superficie va lisciata finemente ed il suo spessore deve essere sensibilmente inferiore rispetto all’arricciato (ad es. 4/5 mm nel caso di un arriccio di 1 cm) poiché più facilmente può screpolare.

Ecco una perfetta ambientazione in una casa moderna di una riproduzione realizzata da Mariani Affreschi dell'Uomo Vitruviano di Leonardo
M.Z.

Raffinato ed elegante ecco un esempio di un'opera realizzata da Mariani Affreschi e inserita in un ambiente bagno LineaTre

È un lavoro molto richiesto?

Un affresco a soffitto puo' dare a un locale un'atmosfera molto particolare. Ecco un'ambientazione realizzata da Mariani Affreschi

I soffitti affrescati possono fungere anche da decoro per complementi d'arredo preziosi come questo lampadario. Tutto by Mariani Affreschi
Trompe-l’oeil è un termine francese che letteralmente significa “inganna (trompe) l’occhio (l’oeil)”. Stiamo parlando, quindi, di paesaggi realizzati con una tecnica pittorica in cui la cura estrema dei particolari e degli effetti prospettici dà l’illusione della realtà.
Ecco perché guardando un affresco di questo tipo ci sembra di essere in mezzo a un prato, dentro un bosco, davanti al lago e di fronte a tutto quello che la nostra immaginazione può pensare. Per addentrarci in questo soggetto molto amato mi sono affidata alla sensibilità della donna di Mariani Affreschi, Laura Mariani.
Ma quali sono le tipologie più richieste e come vengono ambientate in una casa?
La tipologia di paesaggio più richiesta è quella del caratteristico trompe l’oeil, con colori tenui, morbidi, con il cielo arioso, l’acqua del mare e la freschezza dei fiori.
La collocazione è spesso funzionale all’esigenza di “aprire” pareti cieche, come la fine di un corridoio o la parete di un androne o di una scalinata.
In molti casi sono richiesti anche per decorare ante di armadi o nicchie di cucina o per completare rivestimenti di pareti in boiserie.
Non resta che provare, cari lettori, le emozioni sono per tutti.
M.Z.

Alessandro e Alberto Mariani nello stand Mariani Affreschi al Crocus Expo di Mosca. Alle loro spalle una riproduzione de “L’Apoteosi D’Ercole” di François Lemoyne (1688-1737)
“I russi sono persone molto curiose – spiega Alberto Mariani –, mostrano interesse per la tecnica, per come vengono realizzati gli affreschi, li apprezzano particolarmente nelle finiture antichizzate. Abbiamo avuto parecchie richieste, tra cui anche la commissione di opere classiche di dimensioni eccezionali, e possiamo dirci davvero soddisfatti delle presenze”.
Dev’essere una casa con un certo stile, ma non necessariamente con un arredamento antico. Sono ritratti e soggetti d’impatto, hanno una loro storia, un loro carattere, quindi potrebbe andare bene sia in una casa completamente spoglia, sia in una più classica. M.Z.

Un affresco di Audrey Hepburn di Mariani Affreschi ad Abitare il Tempo 2009

Alcuni ritratti di Audrey e Marylin nell'allestimento di Mariani Affreschi ad Abitare il Tempo 2009

Uno scatto dell'allestimento di Mariani Affreschi ad Abitare il Tempo 2009: sulla sinistra un affresco di Audrey Hepburn, sulla destra Marilyn Monroe

"L'ultima cena" realizzata da un'artista di Mariani Affreschi esposta ad Abitare Il Tempo 2009
“L’Ultima Cena – spiega Laura Mariani – è richiesta da clienti di tutte le estrazioni sociali e culturali ed è una delle nostre riproduzioni più vendute da sempre. L’abbiamo realizzata in misure fino anche a 4m x 8, destinate sia a locali pubblici che case private in Italia e all’estero. Per qualcuno può sembrare azzardato mettere in casa propria un quadro così, ma forse proprio perchè è un’opera che tutto il mondo conosce la sentiamo un po’ nostra e in fondo la amiamo”.

Le due donne del Mucha (in stile liberty in foglia argento) realizzate da Mariani Affreschi e collocate nello stand di Arte Brotto
«La gente cerca soggetti, forme e colori rassicuranti – spiega Laura Mariani – abbiamo riscontrato un grande apprezzamento dello stile liberty. Anche il bianco e nero e i soggetti moderni continuano ad essere amati, insieme ai lavori più articolati. Nel complesso siamo soddisfatti dei contatti che abbiamo avuto in fiera anche se molti si sono lamentati della scarsa affluenza». E, in effetti, ci si aspettava più presenza di pubblico alla manifestazione veronese vista anche la concomitanza con l’altro grande evento dedicato agli appassionati d’arte, l’Art Verona.

Un affresco dell'Ultima Cena realizzato da Mariani Affreschi
Di certo non sono momenti facili, ma l’intelligenza di un’azienda sta anche nell’interpretare i sentimenti del presente e di farsi trovare pronta a rispondere a nuove esigenze. «L’amore per l’affresco – continua Alberto Mariani, il fratello di Laura – deve fare i conti con i tempi come qualsiasi altra forma di decorazione e arredo. Noi abbiamo ereditato una grande passione da nostro padre e cerchiamo di trasmetterla sempre, a partire dagli artisti con cui lavoriamo».

Un affresco che raffigura la Dormeuse di Tamara de Lempicka realizzato da Mariani Affreschi e collocato nello stand dell'azienda Arte Brotto ad Abitare il Tempo 2009
Una passione che si ritrova negli splendidi soggetti presentati in fiera tra magiche scenografie di Ville Venete, affreschi mozzafiato di Audrey Hepburn, donne del Mucha e un’interessante interpretazione dell’Ultima Cena.

La calce si ottiene cuocendo a circa 900 gradi, in speciali forni ad imbuto, dei sassi (generalmente ciottoli di fiume) composti essenzialmente di carbonato di calcio (CaCO3).
A questa temperatura i ciottoli si polverizzano trasformandosi in ossido di calcio (CaO) con eliminazione di anidride carbonica (CO2).
Avviene cioè la seguente reazione: CaCO3 a 900° = CaO + CO2↑
L’ossido di calcio detto “calce viva” deve essere “spento” immergendolo in acqua per almeno 6 mesi, prima di venir impiegato per l’affresco, poiché altrimenti brucerebbe i colori. Mediante l’immersione in acqua, l’ossido di calcio si trasforma in idrossido di calcio, Ca(OH)2, che si presenta come una pasta untuosa detta “calce spenta”. Quando l’idrossido di calcio (che mescolato alla sabbia costituisce la l’intonaco) s’asciuga, perde per evaporazione gran parte dell’acqua (H2O) e si combina con l’anidride carbonica dell’aria (CO2) tornando a formare carbonato di calcio (CaCO3) cioè un composto duro e insolubile come i ciottoli originali.
Avviene la seguente reazione: Ca(OH)2 + CO2 = CaCO3 + H2O
Questo processo, che si chiama carbonatazione della calce, richiede qualche mese poiché non è completo fin quando gran parte dell’idrossido di calcio non s’è trasformata in carbonato di calcio. Ovviamente questa trasformazione avviene più rapidamente negli strati superiori dell’intonaco, per cui gli antichi artisti mescolavano alla sabbia degli strati inferiori della pozzolana macinata che ha la proprietà di solidificare anche in presenza di acqua.
Vediamo ora cosa succede quando sopra l’intonaco si trova la pellicola pittorica.
Nella tecnica del “buon fresco” i colori vengono stesi sull’intonaco ancora umido senza legante, cioè sciolti semplicemente con acqua. Quando l’intonaco comincia a seccare, l’idrossido di calcio in esso contenuto migra verso la superficie dove, in seguito all’evaporazione dell’acqua e al contatto con l’anidride carbonica dell’aria, avviene la reazione già descritta che porta alla formazione di carbonato di calcio negli strati superficiali dell’intonaco. La pellicola pittorica si trova quindi inglobata nello strato di carbonato e questo dà ai colori quella eccezionale resistenza che è caratteristica del “buon fresco” e che permette a pitture di tal genere di conservarsi anche all’aperto. Non sono dunque i colori ad essere assorbiti dall’intonaco, come si pensava in passato, ma è l’idrossido di calcio che sale in superficie ad inglobare la pellicola pittorica. Da quanto detto risulta evidente l’importanza di dipingere sempre sull’intonaco umido: in caso contrario infatti le particelle di colore non vengono inglobate dal carbonato di calcio e, una volta asciutte, “spolverano” (in pratica passando la mano sull’affresco rimangono tracce di colore sulle dita), compromettendo irrimediabilmente il risultato pittorico.
La MARIANI AFFRESCHI ha il piacere di invitarvi alla seguente manifestazione
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Verona, dal 17 al 21 Settembre 2009
PAD. 4 - STAND D6 – E7
24a EDIZIONE DI ABITARE IL TEMPO
LA QUALITÀ OLTRE LA CRISI, DAL PROGETTO ALLA DISTRIBUZIONE
(tratto dal sito www.abitareiltempo.it)
‘TOTAL LIVING’, IL MOSAICO DELL’ABITARE IN MOSTRA A VERONA
Architettura, design, artigianato e industria concorrono a realizzare un’idea dell’abitare che, in Italia, trova le sue espressioni d’eccellenza. A dire il vero, non una, ma mille e più idee che da progetti diventano prodotti, pronti per essere valorizzati e messi in vendita nei migliori negozi.
Certamente, la crisi in atto ha rallentato questo sistema, ma non può fermare il flusso creativo e la passione imprenditoriale che sono all’origine del suo successo. Noi siamo convinti che la crisi sia un’opportunità per riflettere, fare chiarezza e rilanciare la qualità di un settore, quello dell’arredamento, che il mondo ci invidia.
Per questo, ancora una volta, vi diamo appuntamento a Verona, con la ventiquattresima edizione di Abitare il Tempo, dove la tradizione dialoga con l’innovazione, il talento italiano si rende visibile al mondo e le idee prendono forma, dando vita ai nuovi scenari dell’abitare.
Per questo, Carlo Amadori, che dal 1986 organizza e cura la manifestazione, ha firmato per l’edizione 2009 un’immagine rappresentativa di quel ‘fiume di idee’ che attraversa Verona e trova espressione nell’unica rassegna italiana in grado di riunire 18 diversi settori merceologici, tutti riconducibili alla sfera dell’arredamento. Una prerogativa efficacemente sintetizzata dal concetto di ‘total living’. Il mosaico dell’abitare si ricompone creativamente per offrire un quadro ampio, trasversale e armonico della qualità capace di proiettarsi oltre la crisi, dal progetto alla distribuzione.
Nuovo ‘look’ per i padiglioni commerciali
Un’offerta che spazia a 360 gradi, cui partecipano i vari comparti che configurano il paesaggio d’interni -mobili, cucine, bagni, imbottiti, complementi, accessori, arte della tavola, illuminazione, rivestimenti, tessile d’arredamento, di gusto classico e contemporaneo, d’alta decorazione o di design- questa è la carta vincente della manifestazione nel suo format commerciale. E la razionale suddivisione nei 7 padiglioni interamente dedicati alle aziende espositrici conforta la validità della formula ‘Total living’.
Troviamo così i marchi del polo tessile riuniti nel padiglione 2 (con gli editori tessili) e nel padiglione 3, mentre al classico e all’alta decorazione sono riservati i padiglioni 2, 4 e 5. L’attualità del design e le sue proposte occupano il padiglione 6, assieme ai complementi, all’oggettistica e all’arte della tavola, ma anche parte del 7, dove prevalgono le novità relative agli ambienti bagno e cucina e dove le griffe della moda espongono le loro creazioni d’arredo.
Infine, come già anticipato, Abitare il Tempo ha rinnovato il ‘look’. La novità di quest’anno è data infatti dal nuovo allestimento, sobrio, funzionale e confortevole, studiato per questi padiglioni, che prevedono diverse tipologie di stand, con altezze: 4 metri per i padiglioni riservati al classico, 5 metri per quelli del contemporaneo.
Intrecci di prospettive – piazzale esterno
Altra novità per Abitare il Tempo è rappresentata dal progetto esterno di 15.000 mq., interamente dedicato all’arredamento outdoor, a cura di Frassinago Lab. L’area, situata nel piazzale della fiera antistante i padiglioni, sarà riservata alle proposte delle migliori aziende rappresentative di questo comparto, in costante crescita negli ultimi anni, dando vita ad un piccolo ma organico salone-nel-salone.

Dagli affreschi ritrovati a Pompei si è potuto appurare che i Romani usavano fare il disegno sull’arriccio (sinopia) e lo ricoprivano poi con l’intonachino “per giornate”.
Si sono poi riscontrate anche altre tecniche, che vennero riprese nel Medioevo, come la “battitura dei fili” e talvolta il disegno diretto eseguito col pennello o con una punta acuminata direttamente sull’intonaco.
Le pitture parietali dell’alto Medioevo erano quasi sempre “a fresco”, ma con ampie finiture a secco, fatte cioè sul muro già asciutto con i colori stemperati nel “latte di calce”. Gli artisti stendevano infatti le grandi campiture di fondo con la malta ancora umida e poi le rifinivano a secco.
In epoca Paleocristiana, Bizantina e Romanica, come già in quella Romana, gli affreschi venivano eseguiti a larghe fasce orizzontali, più o meno dell’altezza di un uomo, che seguivano l’andamento dei “ponti” (impalcature) cominciando dall’alto; per cui si dice che gli affreschi venivano eseguiti per “pontate” anziché per giornate. La velocità richiesta da questo metodo di lavoro era resa possibile dalla stessa tecnica di esecuzione (generalmente piuttosto sommaria), dalla semplicità del disegno e dall’impiego di moduli iconografici fissi, specialmente da parte delle maestranze bizantine.
Nella pittura romanica e bizantina il disegno preparatorio veniva eseguito direttamente sull’intonaco, tanto che spesso traspare.
Tra la fine del 1200 e il 1300 si ebbero due innovazioni tecniche di fondamentale importanza, strettamente legate fra loro: l’uso del disegno preparatorio fatto sull’arriccio, detto “sinopia” e la stesura dell’intonaco “per giornate”, cioè coprendo con l’intonaco quella parte della sinopia che il pittore pensava di dipingere in una giornata, ovvero con la malta ancora umida.
Sull’intonaco il pittore riportava col verdaccio quella parte di disegno che veniva nascosta dalla malta.
Nel 1400 all’uso della sinopia si sostituisce quello del cartone; l’artista abbozzava un primo schizzo della composizione su scala minore, questa veniva trasportata in scala definitiva su una serie di grandi fogli di carta che, incollati assieme, costituivano il “cartone”. Poi venivano bucherellati i contorni delle figure e quindi, fissato il cartone sul muro, vi si batteva sopra con un sacchetto pieno di polvere di carbone in modo che la polvere nera lasciasse sull’arriccio il disegno dei contorni.
Oltre a questa tecnica detta “spolvero” il disegno poteva essere trasportato dal cartone al muro premendo con una punta metallica i contorni delle figure che rimanevano impressi nella malta fresca.
Un’altra innovazione fu la “quadrettatura”, che facilitava la trascrizione dal disegno di piccolo formato al cartone e al muro. Questo tipo di trascrizione divenne comune nel ‘500 e soprattutto nel ‘600 e ‘700.
Nell’800 si diffuse sempre più l’uso della pittura “a secco”, ma continuò ad essere praticata anche quella “a fresco”.
La storia della pittura murale è iniziata ancor prima che l’uomo imparasse a costruire edifici in muratura. Infatti, già nel periodo preistorico venivano eseguite pitture parietali (come quelle delle Grotte di Altamira e di Lascaux), sebbene si trattasse di semplici segni tracciati direttamente sulle pareti rocciose senza uno strato d’intonaco.
I primi esempi d’intonaco comparvero nell’arte mesopotamica, egiziana e cretese, ma solo più tardi, quando negli intonaci cominciò ad essere mescolata la calce, ebbe inizio il vero e proprio procedimento di pittura “a fresco”.
Nella pittura murale egiziana gli intonaci erano a base di gesso e argilla, a cui talvolta veniva aggiunta paglia tritata affinché l’intonaco avesse maggiore elasticità. I colori erano a tempera (cioè a base di gomme o colle diluite in acqua), il che rendeva queste opere estremamente sensibili all’umidità. Queste si sono infatti conservate nel tempo solo grazie al clima eccezionalmente asciutto. Tuttavia, già in talune tarde pitture murali egiziane, mesopotamiche e cretesi si trovano intonaci fatti con sabbia o creta miste a calce per cui i colori, inglobati nell’intonaco per il processo di carbonatazione della calce, non sono più dilavabili dall’acqua.
Della pittura murale greca non si è salvato quasi nulla, salvo alcuni recenti ritrovamenti (quali la “Tomba del Truffatore”, del 480 a.c., scoperta a Paestum nel 1968) dove le pitture denotano una perfetta padronanza della tecnica del “buon fresco”. Queste sono infatti eseguite su uno strato d’arriccio (a base di calce spenta e sabbia) e uno d’intonaco (con una maggior percentuale di calce e aggiunta di polvere di marmo). Il disegno preparatorio è graffito direttamente sull’intonaco.
Secondo Vitruvio (“De Architectura” –Libro VII) la preparazione degli intonaci con più strati successivi (arriccio + intonaco + intonachino) ebbe inizio nel periodo Ellenistico e si diffuse in seguito nell’Italia centrale, e quindi a Roma. Pare che i Greci usassero solo quattro colori: rosso, giallo, nero e bianco. Gli Etruschi (che usavano già più colori dei Greci) preparavano l’intonaco stendendo sulle pareti uno strato d’argilla sopra il quale passavano poi una “mano” di latte di calce. Negli ultimi tempi però cominciarono anch’essi a preparare gli intonaci con sabbia e calce.
Per conoscere la tecnica delle pitture murali romane, sono importanti i numerosi affreschi emersi in seguito agli scavi archeologici. Infatti, mentre Vitruvio parlava di ben tre strati di arriccio (impasto costituito da calce spenta e sabbia grossolana) e di tre strati di intonaco (composto di sabbia fine, calce e polvere di marmo), tale procedimento andò presto semplificandosi e, dal II Secolo d.c. (e poi per tutto il Medioevo) gli intonaci furono generalmente composti con un solo strato d’arriccio e con uno d’intonaco.

La grandiosa composizione si incentra intorno alla figura dominante del Cristo, colto nell’attimo che precede quello in cui verrà emesso il verdetto del Giudizio Universale. Il suo gesto, imperioso e pacato, sembra al tempo stesso richiamare l’attenzione e placare l’agitazione circostante: esso dà l’avvio ad un ampio e lento movimento rotatorio in cui sono coinvolte tutte le figure. Ne rimangono escluse le due lunette in alto con gruppi di angeli recanti in volo i simboli della Passione (a sinistra la Croce, i dadi e la corona di spine; a destra la colonna della Flagellazione, la scala e l’asta con la spugna imbevuta di aceto). Accanto a Cristo è la Vergine, che volge il capo in un gesto di rassegnazione: ella infatti non può più intervenire nella decisione, ma solo attendere l’esito del Giudizio. È importante notare come lei guardi con dolcezza gli eletti al regno dei cieli, mentre il Cristo riservi uno sguardo duro e aspro a coloro che stanno scendendo negli inferi. Anche i Santi e gli Eletti, disposti intorno alle due figure della Madre e del Figlio, attendono con ansia di conoscere il verdetto.
Alcuni di essi sono facilmente riconoscibili: San Pietro con le due chiavi, prive delle nappe in quanto non servono più ad aprire e chiudere le porte dei cieli, San Lorenzo con la graticola, San Bartolomeo con la propria pelle – nella quale, nel 1925, il medico e umanista calabrese Francesco La Cava riconobbe l’autoritratto di Michelangelo -, Santa Caterina d’Alessandria con la ruota dentata, San Sebastiano inginocchiato con le frecce in mano.
S. Bartolomeo, il volto sulla pelle è considerato un autoritratto di MichelangeloNella fascia sottostante, al centro gli angeli dell’apocalisse risvegliano i morti al suono delle lunghe trombe; a sinistra i risorti in ascesa verso il cielo recuperano i corpi (resurrezione della carne), a destra angeli e demoni fanno a gara per precipitare i dannati nell’inferno. Infine, in basso Caronte a colpi di remo insieme ai demoni fa scendere i dannati dalla sua imbarcazione per condurli davanti al giudice infernale Minosse, con il corpo avvolto dalle spire del serpente. È evidente in questa parte il riferimento all’Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri.
Michelangelo immagina la scena senza nessuna partizione architettonica: l’insieme è governato da un doppio vortice verticale, ascendente e discendente. Ancora una volta l’artista concentra la propria attenzione sul corpo umano, sulla sua perfezione celeste e sulla sua deformazione tragica. La figura prevalente è la figura ellittica, come la mandorla di luce in cui è inscritto il Cristo o il risultato complessivo delle spinte di salita e di discesa, salvo alcune eccezioni, come la sfericità della banda centrale degli angeli con le tube o la triangolarità dei santi ai piedi di Cristo Giudice. Il tema, metaforizzato nella tempesta e nel caos del dipinto, si presta bene alla tormentata religiosità di quegli anni, caratterizzati da contrasti, sia teologici che armati, fra Cattolici e Protestanti e la soluzione di Michelangelo non nasconde il senso di una profonda angoscia nei confronti dell’ultima sentenza. Il Buonarroti si pone in modo personalissimo nei confronti del dibattito religioso, sposando le teorie di un circolo ristretto di intellettuali che auspicava una riconciliazione fra Cristiani dopo una riforma interna della Chiesa stessa. La figura seduta su di una nuvola e con il capo rivolto verso Dio, probabilmente è l’autoritratto di Michelangelo, il quale ha in mano la sua pelle, simbolo del peccato del quale ora è privato.
L’affresco è una pittura eseguita su intonaco, appunto ancora fresco, di una parete: il colore ne è chimicamente incorporato e conservato per un tempo illimitato.
L’affresco è un’antichissima tecnica pittorica che si realizza dipingendo con pigmenti stemperati in acqua su intonaco fresco: in questo modo, una volta che l’intonaco si sia consolidato, il colore ne sarà completamente inglobato, acquistando così particolare resistenza all’acqua e al tempo.
Si compone di tre elementi: supporto, intonaco, colore.
Il supporto, di pietra o di mattoni, deve essere secco e senza dislivelli. Prima della stesura dell’intonaco, viene preparato con l’arriccio, una malta composta da calce spenta o grassello, sabbia grossolana di fiume o, in qualche caso, pozzolana e, se necessario, acqua, steso in uno spessore di 1 cm circa, al fine di rendere il muro più uniforme possibile.
L’intonaco (o “tonachino” o “intonachino”) è l’elemento portante dell’intero affresco. È composto di un impasto fatto con sabbia fine, polvere di marmo, o pozzolana setacciata, calce ed acqua.
Il colore, che è obbligatoriamente steso sull’intonaco ancora umido (da qui il nome, “a fresco”), è di natura minerale, poiché deve resistere all’alcalinità della calce.
La principale difficoltà di questa tecnica è il fatto che non permette ripensamenti: una volta lasciato un segno di colore, questo verrà immediatamente assorbito dall’intonaco, i tempi stretti di realizzazione complicano il lavoro dell’affrescatore, la carbonatazione avviene entro tre ore dalla stesura dell’intonaco. Per ovviare a questo problema, l’artista realizzerà piccole porzioni dell’affresco (giornate). Eventuali correzioni sono comunque possibili a secco, ovvero mediante tempere applicate sull’intonaco asciutto: sono però più facilmente degradabili.
Un’altra difficoltà consiste nel capire quale sarà la tonalità effettiva del colore: l’intonaco bagnato, infatti, rende le tinte più scure, mentre la calce tende a sbiancare i colori. Per ovviare al problema, è possibile eseguire delle prove su una pietra pomice o su un foglio di carta fatto asciugare con aria o vento di Scirocco ossia aria calda.
La storia dell’affresco.
Date le difficoltà tecniche di una buona esecuzione, questa tecnica pittorica è oggi in disuso, mentre nei secoli scorsi conobbe grande diffusione.
In epoca paleo-cristiana e medioevale la preparazione del muro avveniva in modo rapido; la figurazione avveniva direttamente sulla preparazione: prima i contorni, in ocra, poi il riempimento, fino alle ombre. L’esecuzione delle varie parti era determinata dallo sviluppo dei ponteggi del cantiere; le diverse fasi di esecuzione dell’affresco (dette “pontate”) sono determinabili dalle giunture pittoriche determinatesi allo spostamento del ponteggio.
In epoca romanica il lavoro delle maestranze di frescatori veniva svolto sempre per “pontate”, ma la tecnica inizia a raffinarsi; viene introdotto l’uso di paglia, cocci, stoffa all’interno dell’impasto dell’arriccio e dell’intonaco, per mantenerne l’umidità e permettere un tempo di stesura pittorica maggiore. Le figure sono ancora stese con contorno ad ocra rossa, ma si comincia a riscontrare l’uso di collanti per i colori (albume, cera fusa, colla animale). Inoltre in alcuni casi è possibile rilevare la presenza di linee guida per la figurazione, tracciate sull’intonaco fresco.
Nel XIV secolo la tecnica dell’affresco conosce in area centro e sud europea una grande diffusione. Due importanti innovazioni sono introdotte dalle maestranze dell’epoca: l’uso del disegno preparatorio (la sinopia) e lo svolgimento del lavoro non più a pontate, ma a giornate.
La sinopia è un disegno preparatorio alla stesura vera e propria del colore. Era stesa a pennello con terra rossa di Sinope (da qui il nome) prima sull’arriccio e poi sull’intonaco, e riproduceva in modo preciso le figure dell’affresco. La scoperta dell’esistenza delle sinopie è avvenuta nel secondo dopoguerra, quando, coi i distacchi di affreschi operati per restauro, i disegni soggiacenti al colore sono stati rinvenuti.
Lo svolgimento dell’affresco diventa il frutto di una pianificazione meticolosa delle maestranze che devono, prima di stendere l’intonachino, decidere quale parte eseguire e valutarne la fattibilità nella giornata (per garantire l’esecuzione ‘in buon fresco’). Negli affreschi medievali si riescono di conseguenza a rilevare sia le giornate che le pontate. Vengono messe a punto raffinatissime tecniche per mascherare le giunte tra le giornate e tra le pontate. Il taglio e la tecnica usata per i ritocchi (che avvengono a secco) consentono spesso di individuare la scuola se non l’artista che ha eseguito l’affresco.
Con il Rinascimento, l’affresco conosce il momento di maggior diffusione. In area centro-italiana è abbandonato l’uso della sinopia (che in altre aree sarà invece usata fino alla fine del XVI secolo) e viene introdotto l’uso del cartone preparatorio.
L’intero affresco veniva riportato a grandezza naturale sul cartone. Le linee che componevano le figure erano poi perforate. Una volta appoggiato il cartone sull’intonaco fresco, era spolverato con finissima polvere di carbone; in tal modo la polvere, passando attraverso i piccoli fori, lasciava la traccia da seguire per la stesura a pennello. Questa tecnica è chiamata “spolvero”, ma con il tempo venne impiegata esclusivamene per le parti del dipinto che necessitavano maggiore precisione nell’esecuzione dei dettagli (come le mani, i volti, o alcuni particolari delle vesti).
Già all’inizio del Rinascimento si comincia ad impiegare, per le parti del dipinto più ampie e meno ricche di particolari, una nuova tecnica: l’incisione indiretta. In questo caso la carta impiegata per riportare il disegno era molto più spessa di quella usata per lo spolvero. Si procedeva facendo aderire il cartone all’intonaco ancora fresco, ripassando successivamente le linee del disegno con uno stilo ligneo o di metallo con la punta arrotondata. La pressione dello strumento rilasciava, attraverso la carta, una leggera incisione nella malta che serviva come linea guida o di contorno, per la stesura definitiva del colore.
Nel XVII e nel XVIII secolo, il cambiamento del mercato dell’arte e dei rapporti di potere tra artisti e committenti si ripercuote anche sulle tecniche pittoriche quali l’affresco.
La preparazione del supporto pittorico è sempre più raffinata (gli affreschi conservati risalenti a quest’epoca sono, infatti, in numero molto maggiore rispetto alle epoche precedenti), Lo sviluppo del cartone preparatorio era preceduto dal bozzetto, cioè un disegno in scala, molto particolareggiato, dell’affresco; il bozzetto veniva sottoposto al giudizio del committente e, se approvato, si procedeva con l’esecuzione.